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«Sinodul nu este un parlament, nu s-a căutat popularitatea»

«Sinodul nu este un parlament, nu s-a căutat popularitatea»
19 Octombrie
2014

«Sinodul nu este un parlament, nu s-a căutat popularitatea»

Interviu acordat de Preasfinţia Sa Mihai Frăţilă, episcopul Eparhie “Sfântul Vasile cel Mare” de Bucureşti pentru Vatican Insider: «A fost o experienţă formidabilă», o adunare care a arătat «totalitatea Bisericii Catolice»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

pentru moment redăm textul în versiunea italiană.

Il Sinodo non è un parlamento e i padri non hanno cercato «la popolarità». Il vescovo greco-cattolico Mihai Frăţilă, eparca di San Basilio Magno a Bucarest, racconta a Vatican Insider l’«esperienza formidabile» vissuta in questi giorni, in un’assemblea che ha mostrato «la totalità della Chiesa cattolica».

Questo è stato il suo primo Sinodo dei vescovi? Qual è stata l’esperienza che ha fatto?

«Sì, è la prima volta che faccio questa esperienza. Un esperienza formidabile. La sinodalità, voluta da Papa Francesco, l’ho potuta contemplare in un assemblea che ha mostrato – senza traccia di vanità – la totalità della Chiesa cattolica. Appartengo alla Chiesa greco-cattolica romena, una Chiesa orientale cattolica, dove la sinodalità fa parte della vita stessa della comunità, consacrata non solo dalla pratica giuridica della nostra Chiesa, ma anche da un esperienza di umanità, toccata dalla grazia nello stare insieme al livello dei pastori. Ed è stata formidabile perché sono stato con Pietro».

Che cosa l’ha colpita di più?

«Il Sinodo straordinario sulla famiglia ha offerto l’occasione ai padri di dire cose belle e meno belle sul tema. Sono risuonate delle attese e delle considerazioni sulla pastorale della famiglia. Mi ha colpito specialmente il tono di coloro che, pur attaccati alla fede della Chiesa, hanno testimoniato il bisogno di essere illuminati dall’esperienza di stare insieme (syn-odos: insieme sulla strada). Ci sono state – e questo è molto umano – anche sfumature che suggerivano troppa euforia, di cedere facilmente alle prime spinte del mondo, della popolarità, di proposte che parevano riflessioni valide, ma troppo facili e sicuramente da confrontare col senso evangelico e col pensiero del magistero. Alla fine, credo che la grande riscoperta sia che non esiste pastorale senza fedeltà a Cristo, anche a rischio di perdere popolarità».

C’è stata piena libertà di confronto? È d’accordo con chi ha parlato di Sinodo «manipolato»?

«Piena libertà di confronto, sì. D’altra parte questa è la manifestazione di un’assemblea sinodale veritiera. Nella Chiesa, pur nella diversità, non siamo in un’aula del mondo e il compito di un sinodo non è imporre belle idee o fare finta di essere colti e saggi  – come ha ben ricordato il Santo Padre all’inizio delle sedute – ma vivere lo spirito della Pentecoste che spinge la Chiesa alle soluzioni della Provvidenza. Ogni adunanza della Chiesa ha, credo, la responsabilità di non dare l’impressione di dispute di tipo parlamentare, della ricerca della popolarità, ma di testimoniare invece il lavoro dello Spirito per edificare la verità nei cuori dei credenti. La percezione della debolezza umana, delle titubanze della poca serenità delle quali a volte siamo portatori come pastori delle varie Chiese – segni della presenza del peccato sullo sfondo di una seria e reale battaglia spirituale – non ci deve scoraggiare. Il confronto e il dialogo ci deve radicare ancora di più in quel impossibile umano che ottiene con la fede nella grazia il possibile dell’operato meraviglioso di Dio, l’unico capace di oltrepassare l’umano per sorprenderlo con la forza del suo amore. Le difficoltà vengono sempre dal pensare che la soluzione sia da una parte o dall’altra, mentre invece Dio ci fa alzare lo sguardo per trovare i risultati sopra, presso di Lui. Per questo, prima di fare giù dei ponti, bisogna essere convinti che ogni giorno cerchiamo di innalzare scale verso il cielo».

La relatio post-disceptationem presentata dal cardinale Erdo rispecchiava il dibattito in aula? Lei era contrario o favorevole a pubblicarla?

«La relatio post-disceptationem era stata sempre pubblicata in passato, ma venivano pubblicati anche gli interventi dei singoli padri sinodali. Questa volta invece – forse per preservare meglio la libertà – i testi dei vescovi non sono stati pubblicati e lo abbiamo saputo fin dall’inizio. Il problema si è manifestato con la sintesi illustrata nella bozza della relatio. I vari elementi erano sproporzionati, certe cose erano state appena sfiorate in aula e hanno avuto in quel testo troppo peso. In più, la relatio ha dato l’impressione di una leggerezza, alcuni punti non sembravano più sicuri ecc. I piccoli – i fedeli – hanno molto sofferto. La sinodalità della Chiesa non è un dibattito parlamentare. Scegliendo il bene di Cristo, il confronto e il dibattito si sottomettono al senso della fede, alla comunione e all’edificazione del popolo di Dio, nella comunione con Pietro. Per difendere la nostra libertà di dibattito sarebbe stato forse meglio – dato che gli interventi dei Padri questa volta non erano pubblici – non pubblicare nemmeno la bozza della relatio».

Come giudica il testo della relatio finale votata sabato sera?

«La prima bozza era sproporzionata nei toni e nel contenuto. Non mi ha dato l’impressione che fosse il verbale di ciò che ho ascoltato in aula la prima settimana. Un testo fatto in fretta, che non dava gli toni dei singoli interventi e dove si riassumevano delle proposte o delle domande che in quella fase di lavoro erano solo pensieri da discernere senza sapere se veramente potessero fare parte di uno studio teologico pertinente. Il testo finale, invece, realizzato con il contributo dei circoli minori, è ben fatto».

Lei è d’accordo sull’approfondire il tema della concessione dei sacramenti, a determinate condizioni e in determinati casi, a persone divorziate che si siano risposate e partecipino da tempo alla vita della comunità cristiana?

«Lo studio teologico è stato sempre fatto nel corso la storia della Chiesa, ma in base a ciò che la Chiesa stessa ha già definito e accumulato come edificio di verità, non per darsi le borie, ma per servire la salvezza del Risorto che rimane sempre il Cristo, il Crocefisso. Sono temi che bisogna cercare nel Catechismo, nella ”Familiaris consortio”. E non dimentichiamo che la verità è corrotta dalle piccole scelte quotidiane che non si presentano da un giorno all’altro, ma riflettono delle disposizioni interiori che sacrificano pian, piano la radicalità del mistero della Crocifissione di Gesù in favore dello spirito del mondo. Qualcuno che aveva il senso dell’umorismo diceva: ”Non guarisci il lebbroso cambiandogli l’acqua della vasca”. Posso notare l’esperienza della Chiesa greco-cattolica romena che fino al 1989, per quarant’anni, è stata clandestina a causa del regime comunista. Le nostre piccole comunità progredivano intorno all’eucaristia e alle confessioni che ci assolvevano dai peccati. Un po’ come nel Messico perseguitato degli anni Venti, illustrato nel romanzo ”Il potere e la gloria” di Graham Greene. Potevamo scomparire, ma il Signore ci ha fatto uscire dopo lunghi anni. Senza Cristo, senza il suo perdono – risposta al pentimento – la vita del credente non ha senso. La Chiesa ci indica la forza della confessione sacramentale, l’assunzione del senso del nostro peccato, della conversione, del vivere gli unni accanto agli altri, dal sacrificio, dall’assumere la nostra parte di tenebre e trovare in Gesù la riconciliazione, dal non giudicare. Dio che ha dato il suo Figlio per noi – per dirci che ci ama tanto –  assisterà la Chiesa e i singoli fedeli perché progrediscano anche nei mondi dove è difficile testimoniare la fede. La Chiesa è guidata da Pietro e sta tra due colonne: Gesù eucaristico e Maria. Siamo in buone mani!».